Lombardia Carne non è punto di riferimento per i soli allevatori bresciani ma, in virtù della sua storicità e illustre tradizione, si conferma di anno in anno appuntamento di rilevanza regionale. A sottolinearlo è stato anche Floriano Massardi, già vicepresidente e ora presidente della Commissione Agricoltura, Montagna e Foreste di Regione Lombardia. Abbiamo scambiato con lui alcune considerazioni in merito alla kermesse e, come farci sfuggire l’occasione, anche sui recenti sviluppi dello scenario agroalimentare nazionale e internazionale.

Consigliere, da bresciano doc e amministratore locale di lunga data, ha preso parte a diverse edizioni di Lombardia Carne…

Non me ne sono fatta sfuggire alcuna dall’inizio della mia attività in Regione ed essere presente anche in occasione della 134esima edizione è per me una grande gioia. Lombardia Carne è e deve essere motivo d’orgoglio per Rovato, per la Franciacorta e per tutta la Lombardia, perché, nonostante abbia attraversato guerre mondiali, crisi e riflessi di politiche internazionali sempre più nemiche degli agricoltori, essa ha sempre saputo mantenersi fedele al suo DNA: l’esposizione, il commercio e la lavorazione delle carni rappresenta la punta di diamante del comparto e avere il coraggio di continuare su questa strada è sintomo di grande vivacità e convinzione.

Riflessioni che animano anche il dibattito in Regione?

Senza dubbio. Anzi, Regione Lombardia ha sempre voluto e continuerà a favorire il dialogo con associazioni produttive, territori e amministrazioni: solo così è possibile adottare atti funzionali a creare le condizioni per uno sviluppo capace di reggere le sfide del futuro, sia in tema di regimi produttivi che di miglioramento dell’efficienza ambientale delle aziende. Niente si deve imporre, ma ogni scelta deve essere condivisa e ponderata.

Un desiderio che spesso si scontra con le “nuove tendenze” che, piano piano, si stanno insinuando tra gli scaffali a cui guardano i consumatori: come affrontare questa nuova sfida?

Semplicemente mantenendosi fedeli a sé stessi: ai nostri allevatori e agricoltori il compito di continuare sulla strada dell’innovazione e della crescita, a noi amministratori di aiutarli quanto più possibile per far sì che possano lavorare in santa pace ed essere davvero tutelati, senza la concorrenza spietata di lobbies internazionali.

Questa necessità di tutela nasce, immagino, prevalentemente nel contrasto ad alcune scelte a livello europeo?

Certamente. Alcune politiche dell’Unione, spesso meramente ideologiche – pensiamo al Green Deal –, hanno rappresentato in questi anni una seria sfida alla tenuta del comparto. Che senso ha applicare una Politica Agricola Comunitaria con linee guida identiche agli agricoltori lombardi – che si qualificano come i più reattivi e capaci quanto si tratta di investire sul territorio e per il territorio – e a colleghi francesi o polacchi, o ancora campani o abruzzesi? È semplicemente una follia. Servirebbero anzi politiche “sartoriali”, capaci sì di concentrarsi sugli obiettivi – siamo tutti d’accordo sull’idea che si debba favorire una transizione energetica e una maggiore attenzione all’ambiente – ma con concretezza e, soprattutto, comprendendo le specificità di ogni area geografica e produttiva. Insomma, quello che servirebbe è una PAC “regionalizzata”. Per questo stiamo facendo sentire la nostra voce in Europa, finché i burocrati di Bruxelles non si daranno una sveglia!

Leonardo Binda