Nelle scorse settimane, Parma è stata “invasa” da una fiumana gialla: imprenditori agricoli, coltivatori diretti e altri professionisti dell’agroalimentare sono scesi in piazza per protestare contro cibi sintetici e la carenza di educazione alimentare rivolta alle giovani generazioni. Temi che si intrecciano perfettamente con l’obiettivo e con la storia di Lombardia Carne, da secoli baluardo di un settore che mai prima d’ora aveva subito forme di concorrenza tanto ostinate e sleali.
Ne abbiamo parlato con Laura Facchetti, Presidente di Coldiretti Brescia.
Presidente, Lombardia Carne è per Coldiretti un appuntamento fisso da generazioni: che significato assume per la vostra organizzazione simile kermesse?
Da sempre vicina ai produttori locali, Coldiretti continua a guardare a Lombardia Carne come un baluardo della migliore tradizione franciacortina e bresciana. È difficile, se non per certi versi impossibile, trovare in Italia un’esposizione bovina – con tutto ciò che comporta – con una storia così longeva e ancora organizzata grazie alla sinergia tra Amministrazioni pubbliche, rappresentati di categoria e operatori economici: a tutti loro va il nostro plauso!
In questi anni Coldiretti ha fatto della sicurezza alimentare e dell’educazione delle giovani generazioni i suoi cavalli di battaglia: da dove questa scelta?
Sin dalla sua fondazione, la nostra organizzazione ha posto come suo principale obiettivo la valorizzazione delle produzioni locali, oggi minacciate da un mercato agroalimentare caratterizzato da una concorrenza sempre più sleale. Già in altri Paesi del mondo la presenza di cibi ultra-processati, come il tipico “cibo-spazzatura”, e dei “cibi di sintesi” – come tagli di carne fatti crescere in provetta grazie a processi di “rigenerazione cellulare”, bombardati di antibiotici e ogni genere di prodotto chimico – è all’ordine del giorno e continuano ad arrivare in Europa partite di riso, carni e cereali prodotti in mercati molto distanti (soprattutto l’Estremo Oriente e l’America Meridionale) che non rispettano la benché minima norma di tutela, in termini di sicurezza alimentare ed eticità dei processi produttivi, imposta invece alle nostre aziende.
Uno squilibrio che, in definitiva, nuoce sia ai produttori che ai consumatori…
Senz’altro. Diversi Paesi, tra cui per prima l’Italia, hanno voluto bloccare sul nascere l’accesso del mercato a simili prodotti e, nel corso di questi anni, sono stati svolti studi indipendenti che ne hanno messo in luce numerose criticità per la salute umana. Di qui la volontà di metterci in campo affinché anche nelle scuole, tra le giovanissime generazioni, la necessità di un’alimentazione sana, di qualità ed equilibrata divenga argomento all’ordine del giorno. Un investimento sul benessere collettivo, che porta i consumatori a scegliere consapevolmente e i produttori ad investire sempre più sul mercato interno.
Un mercato interno che diverrà sempre più strategico in una congiuntura geopolitica come quella attuale…
Certamente. Eventuali dazi creerebbero non pochi problemi per il nostro settore agroalimentare, già fiaccato da pratiche commerciali scorrette messe in campo da produttori di altri Paesi. Basti pensare che, a fronte di un valore di circa 70 miliardi di euro, il nostro export, se si comprendesse anche il mercato coperto dai prodotti “italian sounding”, aumenterebbe di altri 120 miliardi. Il nostro obiettivo è proprio quello di sconfiggere questa contraffazione del genuino prodotto italiano, sensibilizzando i consumatori a non farsi abbindolare da etichette che richiamano l’Italia e i suoi marchi tutelati e facendo sì che le nostre produzioni, certificate e di qualità, possano essere messe a disposizione di questa fetta di mercato che si mostra interessata ad acquistarle.
Leonardo Binda