E’ impossibile, per chiunque provenga da Orzinuovi alla volta delle Martinenghe, non percepire il fascino ipnotico della Madonna della Roggia, piccolo e al contempo pregevole esempio della straordinaria devozione del popolo barcense.

Sorta nel corso del XV secolo – stando alla ricostruzione proposta nel volume “La rosa sulla roggia” scritto a quattro mani da Gian Mario Andrico e Floriana Maffeis, che collocano la costruzione tra il 1410 e il 1470, anche se non mancano opinioni che postdatano l’opera ai decenni centrali del ‘500 -, a metà strada tra l’abbandono delle architetture spirituali di medievale memoria e l’influsso dei nuovi cantieri del Rinascimento maturo, prima di essere oggetto di un primo importante intervento di restauro, si presentava come un luogo pressoché abbandonato a sé stesso, con evidenti “cicatrici” causate dalla caduta dell’intonaco e con viticci vegetali che, pian piano, avevano iniziato ad “accarezzare” la facciata dell’edificio. A restituire queste preziose immagini è, come sempre, il fornitissimo archivio di Francesco Amico, prezioso custode di una memoria fatta soprattutto di vividi colori e uniche testimonianze del passato.

Benché ancora non proprietà ufficiale dei conti Martinengo entro il 1674, quando una mappa acquarellata commissionata dal nobile casato bresciano riportava tra i beni della famiglia anche la cappella di Barco, è innegabile che la nascita di questo piccolo e suggestivo luogo di culto sia stata fortemente influenzata dalla volontà dei feudatari barcensi.

Le condizioni dell’edificio sacro erano talmente disperate da portare gli autori del testo a chiosare senza termini, nel 1994, che “se è vero, però, che il sacello orceano non è ancora perduto è altresì vero che le sue condizioni di conservazione sono disastrose”.

Oggi la chiesa si erge come esempio di speranza, tutelando con discrezione e umiltà i viaggiatori, per lo più agricoltori o amanti delle camminate immerse nella natura, che vi si approcciano curiosi: un luogo mistico, rimesso, ancora coperto da un’aura di spiritualità capace di suscitare anche nei cuori dei meno devoti un sussulto di speranza. Colti dalla bellezza dei suoi affreschi – o da ciò che ne rimane, considerato lo scellerato atto di distruzione perpetrato da dei maledetti moderni vandali, nel 1991, nel tentativo di derubare “strappandole” alcune delle pitture parietali – e mossi dalla passione e dalla cura con cui quotidianamente i volontari si preoccupano di conservare al meglio delle proprie possibilità questo luogo, quando ci riposeremo sotto l’ombra del suo tetto, si voglia dedicare un pensiero di cuore a tutti coloro che, come noi, hanno amato questo luogo, riscoprendo la bellezza del sentirsi comunità vera e autentica, unita nei secoli da immortali valori comuni.

Leonardo Binda