Ormai sono pochissime le persone in vita che possono dire d’aver vista la chiesa di San Nicola, abbattuta nei primi anni ’30 per far spazio al complesso delle scuole elementari. La devozione a San Nicola da Tolentino è documentata a Rovato fin dal 1473, quando fu edificata una cappella nella chiesa di S. Apollonio. Il suo culto si diffuse a Brescia grazie ai monaci agostiniani. Infatti, nella chiesa di S. Stefano sul mont’Orfano, un affresco raffigura S. Nicola con abiti agostiniani.

Negli atti della visita pastorale del vescovo Bollani (1565), si menziona un edificio di culto dedicato ai Santi Apollonio e Nicola di Tolentino, che tuttavia fu ritenuto angusto e indecoroso da S. Carlo Borromeo, che ne ordinò la demolizione.

Fu solo nel 1630, quando il mortale contagio della peste mieteva il suo carico di morte, che il popolo di Rovato tornò ad invocare la protezione di S. Nicola, come si legge in una provvisione comunale del 14 luglio «con far voto di festar, come festa di precetto per sempre il detto giorno di Santo Nicola, che viene alli 10 di settembre essendo anco di solito questa terra haver una chiesa dedicata al medesimo santo, et insieme anco far in onore del detto santo un altare o altro».

La figura di S. Nicola è spesso associata con S. Rocco alla protezione delle epidemie. Nel bresciano si ritrovano moltissime chiese erette a lui nei periodi legati alla peste del 1575 e a quella del 1630. Altro esempio molto vicino a noi è quella di Villa di Erbusco, sempre del 1630. Comunque a quattro giorni di distanza, dopo aver avuto l’approvazione del prevosto, l’assemblea confermò il voto «insieme anco di far un oratorio honorato ad edificatione, et honore del medesimo santo, nel castello della terra di Rovado». È da ricordare in che contesto si fece il cantiere. Su una popolazione di 4250 anime, al 6 ottobre 1630 l’assemblea comunale scrive che «sin hora morti persone al numero di 1300 in giorni circa 112».

Non stupisce dunque, che nel 1656 l’aula era ancora dotata di un solo altare, per giunta incompleto. Anche nel 1670 le cose non erano cambiate: «oratorio imperfetto, però vi si celebra la confraternita del Suffragio. Non è ancora finito, ma in stato adatto per la celebrazione della messa».

Quando negli anni ’30 si prospettò l’idea di edificazione della scuola, la chiesa era ancora ben frequentata e sentita nelle tradizioni religiose di tanti rovatesi. Infatti, molti di questi coinvolsero il nostro concittadino Emilio Bonomelli, che a Castelgandolfo curava le Ville Pontificie. Emilio nel 1932 scrisse un appello al vescovo di Brescia: «Dal canto mio ho assecondato ben volentieri questo tentativo di salvare una chiesa a cui mi legano tanti ricordi della mia fanciullezza».

Non solo, il regime cercò di agevolare la donazione di altari e manufatti religiosi per le chiese di Littoria, appena sorta dalle bonifiche volute dal duce. Il comune di Rovato aveva già concordato con le autorità del comune laziale l’invio dell’altare marmoreo di S. Nicola, ma tutto fu bloccato dalle resistenze del clero rovatese e della curia.

Una variante del 1933 al progetto dell’ing. Ferruccio Bettoni, chiesta dalla Soprintendenza, avrebbe consentito all’edificio ecclesiastico di salvarsi per mutare destinazione in palestra scolastica. Eppure, mentre il cantiere prese forma, e la chiesa veniva inglobata dalle impalcature, iniziarono a vociare continui accenni a «danni arrecati all’edificio», «costi di conservazione inutili per una facciatina di pregio discutibile», «teschi e stinchi incrociati inadatti a rimanere al centro del cortile dove gli alunni dovranno rinvigorire con disciplina lo spirito e le membra». Insomma, la retorica dell’amministrazione comunale di quel periodo, lascia intuire fra le righe quali fossero le intenzioni. Ne approfittarono nell’inverno fra 1934 e 1935, durante la vacanza parrocchiale. In assenza di un prevosto, fu la curia ad autorizzare la vendita dell’edificio al comune, che provvide a demolirla.

L’altare maggiore finì nella chiesa di S. Maria degli Angeli a Brescia; la soasa che incorniciava la pala d’altare, a Ospitaletto; molti arredi furono venduti ed altri finirono al convento sul mont’Orfano. Almeno ci restano le fotografie di quel tempio che per secoli ha raccolto in preghiera i nostri avi.

Alberto Fossadri