Eravamo nella seconda metà degli anni 60 quando fui designato nella terna arbitrale per l’incontro Cagliari-Napoli. A quei tempi il campo di gioco era l’Amsicora.

Già in auge il campione Gigi Riva. La notorietà era tale d’aver superato i confini nazionali. Infilava reti come solo i campioni di razza sanno fare. Il famoso giornalista Gianni Brera, – “Lumbard” – come lui, gli aveva appropriato un nomignolo azzeccatissimo: rombo di tuono. I sardi, come del resto tutti gli italiani, lo avevano collocato ai vertici della passione sportiva regionale.

Con lui attore in diverse gare, mi piace sottolineare la sua correttezza sia nelle fasi di gioco come nel rapporto con noi arbitri, mai proteste ne platealità a invelenire animi accesi dai tifosi.

L’ultima volta che ci siamo incontrati sui rettangoli di gioco è stato il 26/04/1970 a Torino con i granata.

Vinsero gli isolani per 4 a 0. Fu la consacrazione del Cagliari a campione d’Italia. Due reti, manco a dirlo, le aveva timbrate Gigi, altre le aveva sfiorate; stadio colmo all’inverosimile, fuori una marea di gente che si era data appuntamento. I torinisti sconfitti gioivano in concerto con i vincenti, il Bomber osannato all’inverosimile anche in quella gara era stato incontenibile, incontrollabile.

Quando ci siamo incrociati in uno dei corridoi degli spogliatoi, rompendo io regole e prassi, ricordo di avergli detto: “tu non sei solo Rombo di tuono, ma vero temporale per le difese”. Mi rispose con un sorriso che più grande e significativo non poteva essere.

Ma torniamo alla gara con la quale abbiamo iniziato questo discorso; non ricordo il risultato finale, non è importante, solo preambolo. Al termine della partita ci hanno condotto all’aeroporto Cagliari Helmas dove ci saremmo imbarcati su di un quadrimotore turboelica Viscount, che ci avrebbe portato a Roma Fiumicino;

era la prima parte del viaggio di ritorno, con la seconda avremmo raggiunto Milano Linate. Mi viene assegnato un posto, vedi un po’, proprio accanto a Gigi Riva che già stava seduto. Ci sorridiamo, poco più di due ore prima eravamo attori sullo stesso campo di gioco.

Subito mi dice che per lui volare equivaleva al terrore, ragion per cui all’avvio dei motori avrebbe chiuso gli occhi e la bocca, li avrebbe riaperti solo quando il velivolo avrebbe toccato suolo a Roma. Incredibile ma vero! Così è stato.

Volo tranquillo in una magnifica serata di calda primavera, quota 4000, velocità di crociera 400 Km/h; circa un’ora dopo arriviamo a Fiumicino dove un pullman aspetta chi diretti a Milano. Gigi mi dice che all’arrivo lo attenderà un suo parente, lo porterà a Leggiuno. Da una pista all’altra, un bireattore “Caravelle”, aereo francese con motori e turbine Rolls Royce punta di diamante dell’Alitalia da circa 3 anni sarà il velivolo che ci porterà a Milano.

Come da norma, poco prima del decollo una hostess dalla radio informa i passeggieri che il comandante Buffagni è lieto di averci a bordo, ecc.. ecc..

A quel nome la memoria mi riporta a due anni addietro, mi agito. Richiamo l’attenzione della signora in divisa. La prego di informare il Comandante che io passeggero sono incaricato di portargli i saluti da parte della zia Pia da Rovato.

Tutto vero la signora Pia Buffagni in Marini, anni prima saputo dei miei viaggi aerei me lo aveva chiesto. 

Stava già seduto al posto di comando con il co-pilota alla sua destra, si alza mi stringe la mano, esprime il grandissimo affetto per la zia Pia, e poi mi indica il seggiolino che sta alle sue spalle perché desidera la mia presenza nel viaggio. Mi chiedo è tutto vero o sto sognando?

Il seggiolino sta proprio alle sue spalle, la cabina è assai contenuta la luce è fioca; dinnanzi, in alto ed ai lati sembrano formare un solo cruscotto, tante sono le luci di molti colori che, io ignorante come sono, chiamo manometri.

Poi il silenzio è totale se non parole tra i due piloti; l’avvio dei motori il sibilo. Rullaggio e decollo. Divento piccolo in me stesso quando prende quota. Sempre silenzio, solo la voce della torre di controllo a conferire con il co-pilota che prende appunti. Su, sempre più su, due leggere virate finché “inserisce” (!!!) il pilota automatico.

Allora ci identifichiamo e so che il suo nome è Giovanni, famiglia a Sassuolo, abbiamo entrambi 37 anni. Credetemi, grande affabilità, gentiluomo vero. Mi racconta della sua grande passione per il volo. La sua carriera è iniziata nell’aviazione militare dove, Udite Udite è stato anche Comandante della pattuglia acrobatica tricolore.

A questo punto capisco che sto accanto ad un super pilota. Sissignori, super pilota. Parliamo per conoscerci ancora di più, di certo mi sento sempre più piccolo vicino a cotanto uomo. Mi spiega che voliamo all’altezza di 23.000 piedi (7.000 metri) alla velocità di 1000 km/h. Limpidissima notte ricca di stelle che da quell’altezza mi sembrano molto più vicine.

Costeggiamo la costa tirrenica, mi indica nella sua conformazione luoghi particolari. Mi sembrava di tornare alla scuola elementare quando la maestra con lunga canna di bambù in mano ci insegnava ciò che ora vedo. Finché arriviamo sulla città Superba: Genova.

Mi spiega che a questo punto l’aereo comincerà la lunga discesa verso Milano; difatti il sibilo dei reattori viene meno. Giovanni da questo momento dimostra ancora la figura del Comandante, il silenzio sarà nuovamente totale. Poche parole anche con il co-pilota. Ci sono ancora per Giovanni quando mi dice che siamo su Voghera, a questo punto sarà “sganciato” il carrello, se l’operazione sarà di buon esito vedremo tre lucine verdi accendersi proprio di fronte a noi: una, due, non vedo la terza. Per un attimo mi sgomento, dalla mia bocca vicino al suo viso mi scappa: “e l’otra?” (e l’altra?)

L’amico Giovanni, il paziente, gira un pochino la testa mi guarda negli occhi sorridendo e proprio nel mentre si accende.  L’aereo scende in continuazione, finché là davanti a noi una lunga scia di luce sembra venirci ad incontrare; è la pista aeroportuale di Linate. Con dolcezza le ruote del Caravel toccano terra. L’incantesimo è alla fine la realtà di un sogno avverato non potrà aver seguito. Tanta la mia commozione quando ringraziando Giovanni mi saluta contento di avermi fatto felice. Mi raccomanda, abbracciandomi di portare questo sentimento alla zia Pia.

Ma quella pagina di storia personale è rimasta indelebile in me.

58 ANNI DOPO

ai nostri giorni, Buffagni Giovanni, l’amico super pilota di un tempo oramai lontano, ritorna inaspettatamente.

Parlando di lui scopro che fu niente popodimeno che il pilota di Jozef Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II nel periodo di quel papato. Sono sbalordito, voglio sapere, finché so della veridicità della notizia. Con il Comandante pilota Buffagni il Pontefice aveva portato la parola del Signore in ogni posto del globo. Rimango ancor più stupefatto, commosso ed orgoglioso. perché anche se immodestamente siamo stati amici.

Poco importa se con lui ho viaggiato e parlato poco più di un’ora; quel breve tempo è rimasto impresso in me sino ad oggi, incancellato. Con Papa Giovanni Paolo II, Giovanni nostro aveva volato persino al comando di quell’enorme cetaceo che in pancia aveva sino a 500 posti a sedere: il Boeing 747 Jumbo-Jet.

Poi apprendo qualcosa che non vorrei leggere: il Comandante super pilota ha lasciato questa terra il 27/09/2014, aveva 84 anni il suo illustre passeggero, Papa Santo Giovanni Paolo II lo aveva preceduto nell’aprile del 2005.

Penso e vorrei tanto sognarli in quel nuovo mondo inimmaginabile per noi, nella loro nuova dimensione di Anime Spirituali laddove stelle, cosmi, pianeti, lune e soli sono un tutt’uno dell’universo.

Penso e vorrei tanto sognarli dove bellezze e pace li uniscono per l’eternità, loro due differenziati solo dall’aureola che sta sul capo del pontefice perché Santo.

Penso e vorrei tanto sognarli vederli schizzare nell’universo intero con quelle ali che sono degli angeli. Ecco proprio là dove ci hanno insegnato essere il paradiso.

Penso e vorrei tanto rivederli ma so che non sarà possibile perché io non potrò mai avere le ali.

Addio Giovanni Buffagni, amico terreno sarai sempre nella mia memoria. Dì al santo che tu frequenti nel mondo celeste che ci assista e preghi per noi.

Addio.

Tarcisio Mombelli Serina

Trascrizione a cura di Stefano Toscani